La forza della delicatezza
Seminario di yoga e meditazione
La forza della delicatezza
Seminario di yoga e meditazione
14 – 16 aprile 2023
Casa Payer – Luserba San Giovanni
La delicatezza è un’attitudine dell’animo che ha a che fare con la sensibilità, la dolcezza, la tenerezza, la gentilezza.
Recita Treccani: (ant. dilicato) agg. [dal lat. delicatus, der. di deliciae «delizia»]. –Che dà, ai vari sensi dell’uomo, un’impressione gradevole di finezza, leggerezza e sim. (si contrappone ora a ruvido, aspro, ora a rozzo, grossolano, ora a chiassoso, forte e sim.).
Non di rado associamo la delicatezza ad un’idea di vulnerabilità, fragilità, o debolezza: in queste giornate di pratica e osservazione, ci proponiamo invece di riscoprirne pienamente la forza, il potere di un’energia armonica, stabile, equilibrata, che non ha tratti di veemenza scomposta o pesantezza, di rigidità o sforzo contratto.
La natura ce lo insegna, nel potere del germoglio che si fa strada verso la luce, bucando il terreno, per manifestarsi nella soave essenza del filo d’erba.
La delicatezza di uno sguardo morbido, che si possa leggero (non superficiale!) sulle cose, dentro e fuori di noi, ci svela possibilità inesplorate, risorse, spazi di libertà e di cura. Ma occorre essere sensibili – dunque attenti, aperti e ricettivi – per poter essere delicati. E quello del sentire puro è un esercizio fondamentale per accedere alla dimensione della delicatezza: la nostra tendenza ad imporci sulla realtà – a partire dalla nostra interiore – con le nostre convinzioni, preferenze, fobie, pregiudizi, aspettative, impedisce alla realtà di manifestarsi nella sua straordinaria complessità, a noi di vedere e comprendere le cose per quelle che sono e conseguentemente di scegliere e attuare la “giusta azione”. Quella commisurata, equilibrata, efficace.
Non a caso semplicità, purezza, gentilezza e delicatezza sono considerate nel confucianesimo le virtù fondamentali del samurai, che secondo la tradizione “deve rassomigliare nell’animo al fiore di ciliegio” . Essere valorosi significa essere delicati.
Rispetto e gentilezza anche nei confronti dei nostri limiti, di ciò che non ci piace: se non sentiamo compassione per noi, per le nostre difficoltà e fragilità, se non conosciamo quello che sta dietro le nostre carrozzerie, come possiamo avere compassione (etimologicamente “sentire con”) per gli altri?

Recita Chandra Livia Candiani:
La tenerezza per me è un sentimento forte. Ci si arriva, è un percorso. Spesso diventiamo teneri dopo che la vita ci ha stagionato ben bene, stanato, sbocconcellato ma anche dopo aver conosciuto il male che facciamo a noi stessi indurendoci. / La tenerezza non c’è dove c’è severità, giudizio, malevolenza. Per me è un po’ come una sorella minore della compassione, meno notevole, meno in prima linea, è un po’ timida la tenerezza, ha il muso di un animale dei boschi, è schiva e delicata. / Quando diciamo di un bambino che è tenero è perché lo vediamo disarmato, senza furbizia, sprovveduto. Anche i vecchi ci muovono queste onde piccole di tenerezza, anche il loro è un disarmo, una vacuità di strategie, un’inadeguatezza a farcela sempre, a essere a livello delle aspettative. / Chi è tenero non vuole farcela a tutti i costi, vuole sentire come sta e sentire come stanno gli altri, è sorella e fratello, non è genitore, non è maestro. La tenerezza sa stare alla pari, fianco a fianco, non è frontale. Così raro oggi, che giri l’angolo e trovi un guru, ma devi girare tutto il mondo per trovare un amico sincero che pianga con te, rida con te e non ti voglia spiegare la vita e risolvere i suoi misteri. / Ecco la tenerezza trova misteri dove gli altri vedono problemi (…).
Potremmo dire che la delicatezza è la forma più elevata di attenzione, di “presenza”. In questi giorni, dunque, non eccederemo in verbosità ma praticheremo il silenzio come forma di ascolto attento e partecipe, accogliente ed equanime.
Ancora la meravigliosa Chandra.
“C’è in noi una batteria fondamentale, è fatta di silenzio, di esitazione, di delicatezza, di compassione saggia, ha bisogno di essere ricaricata, ha bisogno di silenzio, di vuoto, di sospensione. Imparando a conoscere intimamente il respiro, ci accorgiamo che ha due pause, una breve tra inspirazione ed espirazione e una più prolungata alla fine dell’espirazione, prima di inspirare di nuovo. Riuscire a sostare in questa pausa è come sostare nella terra della mancanza, senza cercare rimedi e cause, è entrare in contatto con il nostro fondamentale, radicale mancare e scoprire che dimorando nella sua precaria, sfuggente terra, ci ricarichiamo, siamo. Come dire che il sollievo che cercavamo correndo a riempire la mancanza, lo troviamo invece sentendola, abitandola. La quiete che man mano si costruisce tornando con assidua e delicata cura al respiro non è però che il nido da cui partire e a cui tornare, non è la meta né la Via, solo un suo passo. Ci si affeziona facilmente a quella quiete, la si scambia per pace, si pretende di non lasciarla mai e si vive tutto quello che la disturba come nemico, si crede di poter prima o poi vivere in una bolla di serena separatezza da tutto il resto, dalla nostra stessa vita. La pratica della consapevolezza invece ci collega, ci connette, non più attraverso le opinioni, le preferenze, i concetti, ma attraverso il respiro e la visione profonda e intuitiva che il sostare nella serenità fa sorgere.
Nella sua opera Totalità e Infinito , Lévinas dice che vorrebbe sostituire al termine “concetto”, qualcosa che viene afferrato, la parola “carezza”, qualcosa che sfiora senza prendere, qualcosa che scorre. La carezza è «marcia verso l’invisibile», perché la carezza «non sa cosa cerca». Questo è il giusto tocco a cui ci addestriamo nei confronti di noi stessi e degli altri, conoscere accarezzando, lasciandoci accarezzare dal respiro, lasciandoci toccare dalla vita. Certe volte saranno strattoni, sberle, scosse, ma se impariamo a lasciarci scuotere, ad andare con la corrente, la carezza sarà presente come metodo, modo di accogliere”.
Le pratiche.
- Giorno 1:
17.30 Pratica hatha flow. Silenzio: eserciteremo la delicatezza nell’ascolto. Uno sguardo concentrato, non superficiale, che non ha pretese e aspettative, che non giudica e non manipola sulla base dei desideri. Che non fa strategie per ottenere.
Dalla pratica al momento del sonno Satya del pensiero, della parola, dell’azione (Cos’è la spontaneità?)
19.45 cena - Giorno 2:
Dal mattino all’ora di pranzo praticheremo silenzio vipassana: dall’ora di pranzo eserciteremo poi la delicatezza nell’espressione (fisica, verbale…)
7.30 Forza della delicatezza: attraverso un lavoro sui muscoli addominali e sulle torsioni sperimenteremo la possibilità di attivare un’energia bilanciata, delicata, priva di irruenza eppure potente.
9.15 colazione
11. Meditazione facoltativa
13 pranzo
Primo pomeriggio: passeggiata consapevole o meditazione: Satya della paola, del pensiero, dell’azione.
17.30 Equilibrio, morbidezza e leggerezza: attraverso un vinyasa flow instabile e spiazzante e posizioni di equilibrio ci daremo la possibilità di sperimentare l’attitudine leggera e non giudicante, l’adattabilità e ancora una volta la gentilezza amorevole.
19.45 Pizza! - Giorno 3:
7.30 L’amorevolezza. Gentile, delicato, morbido. Attraverso una pratica che lavorerà sulle estensioni della colonna incarneremo l’attitudine gentile e amorevole che è fonte di delicatezza.
9.15 Colazione
13.30 Pranzo e rimandi
Le sessioni, i corsi, i seminari, i ritiri, il materiale offerto da Sarangi sono rivolti allo scopo della ricerca interiore, del problem solving e della crescita personale, non si sostituiscono al lavoro di medici e psicoterapeuti poiché non considerano, non trattano e non si pongono come obiettivo la risoluzione di patologie e sintomi di pertinenza medico-sanitaria.
