PERCHE’ SARANGI

Il nome Sarangi, che ho utilizzato per il mio progetto yogico e che in ultimo ho affibbiato a questo sito, mi è stato regalato da Swami Atma a Rishikesh, in India. Swami Atma è stato uno dei miei maestri di meditazione, uno di quelli seri, che non vorrebbero essere definiti maestri.
La storia è questa.
Si chiacchierava seduti ai tavolini di un chiosco lungo il Gange, tra casa sua e l’Ashram dove risiedevo io, sorseggiando un chai-tea. Solo a nominarlo ne posso rievocare il sapore, pingue e accogliente come l’abbraccio di una nonna e al contempo puntuto, stimolante, pepato. Un solletico di piacere mi arriva fino all’attaccatura dei capelli.
Nei giorni seguenti il mio teacher training presso la Nada Yoga School mi è capitato spesso di incontrare Swami Atma: a volte mi invitava a casa sua – un umilissimo stanzino che di frequente si riempiva fitto fitto di studenti, accorsi per i satsang serali che era solito offrire – per consumare un pasto insieme, seduti a terra, con il suo “perpetuo” musicista e cuoco. Un uomo, di cui malauguratamente non ricordo il nome, dotato di una voce incredibile e sguardo di rara profondità, competenze mediche, attenzioni e dolcezza da vendere. Trattava Swami Atma come un oggetto prezioso, da maneggiare con cura: gli somministrava intingoli a base d’erbe se aveva mal di gola, gli preparava i suoi piatti preferiti e lo intimava di coprirsi se l’aria rinfrescava la sera. Per me era sempre un grande onore che mi volessero intorno, vissuto con l’entusiasmo di una scolaretta e la timidezza di chi fatica a ricevere gratuitamente.

Altre volte, semplicemente, ci si sedeva a chiacchierare su una panchina, guardando il fiume e i passanti – mucche, cani, scimmie, turisti e locali – non necessariamente di temi filosofici o spirituali. Una volta, per ricambiare l’ospitalità e gli inviti a pranzo, mi offrii di cucinare italiano e dopo una serie di buffe avventure volte a recuperare gli ingredienti necessari presso il Market, ne venne un’improbabile pasta alla Norma, condita, invece dell’ovviamente introvabile ricotta salata, con un formaggio locale che rese tutto inesorabilmente colloso. I maccheroni vennero poi spartiti con la vicina – una giovane che offriva trattamenti ayurvedici – e alcuni degli studenti indiani della Nada School. Tutti felicissimi e incredibilmente grati, specialmente dopo aver intinto i bocconi di pasta – mangiata con le mani – in un ciotolone di salsa piccante. Piccante livello master guru. Un ricordo prezioso, di quelli che tengo in tasca sempre con me.
Quel giorno l’argomento di discussione tra noi era l’abitudine, diffusa tra certi colleghi occidentali, di assumere un nuovo nome dopo aver ottenuto l’abilitazione all’insegnamento (normalmente a seguito di un teacher training di 200 o 300 ore), un nome che li identifica quali maestri di yoga e con il quale promuovono poi le loro attività in patria. Spesso chi ha questa che tuttora ritengo una bizzarra consuetudine (nonostante mi sia poi documentata sulla sua motivazione originaria, che sarà eventualmente oggetto di un’altra storia), utilizza nomi di divinità o semidivinità del pantheon induista in associazione al prorpio. Tipo Arturo Shiva o Giovanna Lalita Devi. La cosa, ai tempi, mi bruciava non poco. Cercavo dunque in Swami Ji un riscontro alla mia solenne quanto arruffata disapprovazione.
Lui sorrideva con tutti i denti, in silenzio. Doveva trovarmi buffa in quel mio infervorarmi, sentenziare ed sfornare giudizi a mitragliatrice: e l’appropriazione culturale non va bene di qua, e l’umiltà questa sconosciuta di là, e meno male che vogliamo trascendere l’ego e blablabla, e vogliamo poi parlare del buongusto?! E lui sempre in silenzio, sorrideva anche con gli occhi. Poi ve la metto una foto di Swami Atma perchè ha uno dei sorrisi più belli del mondo.
Il nome
Quando stavo iniziando a sentirmi a disagio per la mancata approvazione alla mia polemica – e probabilmente per zittirmi – dal nulla disse: il tuo nome è Sarangi.
Pensai si trattasse di qualche spiritello fetente.
Invece no, mi andò bene. Perchè la sarangi è uno strumento indiano straordinario.
La leggenda lo narra nascere in tempi antichi, quando un “hakim” (medico) vagabondo, stanco per i lunghi viaggi, si sdraia sotto un albero nella foresta per riposare e viene svegliato da un suono all’apparenza lontano. Il suono è in realtà prodotto dal vento – il tuo elemento, dice Swami Ji, secondo l’Ayurveda – che soffia sulla pelle di una scimmia morta appesa tra i rami dell’albero. Non ridete, che vi vedo. Ispirato da questo evento, costruisce la prima sarangi, che è uno strumento ad arco. Difficilissimo da suonare. Ma cercatevi qualche brano sul Tubo: ha un suono magnetico, evocativo, ipnotico ed estremamente variegato, quasi una voce umana che canta, ride e piange insieme.
Ed in effetti, mi spiegò Swami Ji, il significato della parola è “cento colori”. Una moltitudine di colori, di possibilità vibratorie, come la vasta gamma di potenzialità espressive dello strumento.
A me sembrò un bellissimo augurio, scimmia morta a parte.
Mantenersi aperti alla complessità dell’esistere. Esplorare le sfumature, facendo lo slalom tra convinzioni rigide e goffe pretese di univocità. Integrare gli opposti in un glissare armonico. Pucciare la pasta alla Norma in una sorta di ketchup piccantissimo. Andare ad una lezione di Concetta Durga Kalhi. Cucinare italiano in un bugigattolo accompagnata dal canto di un mantra sconosciuto e potentissimo. Cercare il proprio suono, sotto tutti i rumori.
Lasciarsi vibrare al vento, che orienta e scompagina le rotte. E’ Yoga, per me.
PS la scimmia morta è una metafora della mente inferiore dominata, comunque. Ma vi volevo lasciar sorridere.
