Falafel

Nel bosco la guerra sono i passi muti uccelli e ombre seguono la traccia e i morti volano bassi a maniche spiegate invisibili e presenti, animali notturni della primavera che fa di tutto per mostrarsi discreta. Nessuna guerra è lontana.
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Dalla raccolta di poesie “Pane del bosco” di C. L. Candiani
Nessuna guerra è lontana. Non sono echi di sventura a giungere sino al mio buon ritiro greco, ma una consapevolezza che trasuda da ogni foglia, che ogni onda sbatte costante e impietosa sulle rive della quotidianità. Non è più, come è stato in altri anni e in altre vite, l’odio a bruciarmi le ossa. Il senso di ingiustizia ad alimentare un risentimento buono solo a qualche sfogo d’opinione. Seppure talvolta percepisca le sue spire sinuose arrampicarmisi su per le caviglie. Non è odiando la guerra che si realizza la pace, mi sento di poter dire oggi sulla scorta di tante battaglie, innanzitutto interiori. Occorre invece amare la pace, per portarla in essere.
E questo significa anche accettare la lotta – che non è conflitto perché non ha nemico – quale dimensione naturale, connaturata all’esperienza dell’evolvere, dell’emergere, dell’aspirare: alla spinta vitale ad esserci, in ultima analisi. Occorre riassumersi la responsabilità di aver delegato un potere fuori, piuttosto che lamentarne i soprusi e le ingiustizie. Lamentarsi è il modo migliore per dissipare energia, fateci caso. E ce ne serve molta, per cambiare mondo, prima di cambiare “il mondo”. Il mondo è negli occhi di chi guarda: per trasformarlo dobbiamo mutare innanzitutto il nostro modo di relazionarci e conoscere la realtà, smettendo di imporci su di essa con tutta la violenza delle nostre pretese, fobie, desideri egoriferiti.
E così ieri mattina ho compiuto una sorta di rituale, molto personale, per celebrare la bellezza di un popolo e di una Terra a cui sono profondamente legata e di cui percepisco la sofferenza come fosse quella di un mio organo vitale. L’ho fatto invece che scrivere un articolo di analisi politica e di denuncia, come inizialmente mi ero figurata. Scrivere delle atrocità in atto, dell’arroganza del potere, della violenza di cui è capace la “morale” avrebbe senza dubbio fatto sfiatare la pentola della tristezza, della rabbia, della frustrazione, dandomi un’illusione di sollievo. Ho scelto di cucinare con loro, invece. La tristezza come dolce sottofondo musicale, la rabbia a rendere incisivi e determinati i gesti delle mani, la frustrazione a suggerire piacevoli fuoripista, rompendo regole e procedure predefinite. Hanno danzato con me per tutta la durata della preparazione, mutando forma più e più volte, confondendosi con il profumo delle spezie e aprendomi porte su nuovi spazi di attenzione, di consapevolezza e di cura. Ho meditato sull’arte della ribellione.
Ho celebrato il mio amore per la Palestina e il popolo palestinese, cucinando falafel.
Pop Palestine
Nasciamo senza portare
nulla,moriamo senza poter
portare nulla,ed in mezzo,
nell’eterno che si
ricongiunge nel breve
battito delle
ciglia,litighiamo per
possedere qualcosa.
N.Nur-ad-Din
Ho conosciuto Fidaa anni dopo il mio viaggio in Palestina. Ho anche avuto modo poi d’incontrarla, grazie all’esperienza del circolo il Molo di Lilith di Torino, di cui sono stata tra i soci fondatori, e ad Annina.
Fidaa Ibrahim Abuhamdieh, attivista culinaria, è la mia maestra di cucina palestinese: l’ho seguita prima grazie al suo blog, poi immergendomi tra le pagine poetiche, gustose e commoventi del suo libro di viaggio e ricette Pop Palestine – che decisamente vi consiglio.

Resistere significa anche opporsi e scontrarsi, ma non dimentichiamo che, prima di tutto, resistere è creare (Florence Aubenas e Miguel Benasayag hanno scritto sul tema un altro libro che vale la pena leggere).
In questo senso Pop Palestine è un libro resistente, politico proprio perché non parla di politica. La fa, restituendoci un’immagine inedita e appassionata della Palestina, di una cultura e di un’identità la cui vitalità, felicità e ricchezza si esprimono – in assenza di altre dimensioni possibili – soprattutto nella cucina, un cuore abbastanza ampio da includere una complessità di tradizioni mescolate sapientemente dalla saggezza di secoli di storia; uno strumento per “fare anima”, memoria, aggregazione, cultura e – naturalmente – ospitalità. Il cibo come mezzo di comunicazione profonda, che nutre chi resta, chi passa sfiorando, chi parte, chi si apre a ricevere e conoscere; che nutre i propri affetti più cari ed allo stesso modo lo sconosciuto, che non è più tale nel momento stesso in cui accetta il cibo offerto. “Non esiste né l’incontrarsi né il separarsi, esiste solo il puro piacere dello spazio dinamico”, recita una formula psichica della creazione immaginale che mi sembra ben sintetizzare la qualità sacra, nella sua conviviale leggerezza, dell’atto del cucinare e del condividere il cibo proprio della cultura palestinese.
La ricetta
Ed arriviamo dunque alla mia ricetta dei falafel, con qualche fuoripista, ma sostanzialmente ispirata a quella di Fidaa. Ah, io con le dosi vado notoriamente a occhio, dunque per le dosi precise… comprate il libro.
Lasciate i ceci in ammollo una notte, con un pizzico di bicarbonato.
Leggete questa poesia, e lasciate che i versi risuonino e vi ispirino per tutto il tempo della preparazione.
“Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e di’: magari fossi una candela in mezzo al buio”.
Maḥmūd Darwīsh
Fatto ciò, asciugate bene i ceci, massaggiandoli con un canovaccio. Passaggio fondamentale per la buona riuscita! Se volete andare sul sicuro passateli brevemente in forno ventilato, allargati su una teglia, per rimuovere bene tutti i residui di umidità. Pena la scomposizione delle polpette in fase di cottura e conseguente somma delusione e sessione di meditazione per riequilibrarsi.
Inserite nel mixer i ceci (saranno stati circa 300 gr) con una cipolla tagliata grossolanamente, un cucchiaino di cumino (io ne ho messi due, ma vi deve piacere), uno di coriandolo secco tritato, due di sale. A piacere potete aggiungere un po’ di prezzemolo fresco. Frullate fino ad ottenere un impasto omogeneo. Se lo trovate ancora troppo umido per farne delle polpette potete aggiungere un poco di farina di ceci – trucco della nonna. Mettete l’impasto a riposare per una decina di minuti mentre vi preparate e gustate un buon the alla menta e sbocconcellate un dattero. Io li avevo a portata perché li ho usati per preparare una variante sfiziosa di pancakes, nel cui impasto ho aggiunto datteri frullati cacao e cannella.
Terminato il the, formate le polpettine compattandole per bene. Godetevi il profumo delle spezie e la consistenza morbida tra le mani. Friggete in abbondante olio (di oliva, che vi vedo se usate schifezze!) finché non appaiono ben dorate e asciugatele con cura dall’olio con della carta assorbente.
Io suggerisco di mangiarli caldi caldi, accompagnati da un’insalata di pomodoro e cipolla e delle salse di verdura speziate. Il Mutabbal Batinjam, per esempio, che potremmo tradurre come “crema di melanzane profumate o speziate”, conosciuta anche come Baba Ghanoug (che tradotto diventa “un padre viziato da troppe coccole”): una salsa di melanzane cotte alla fiamma e tritate grossolanamente, mescolate con la tahina, l’aglio, il limone. Volendo un pizzico melassa di melagrana. Io questa volta ho aggiunto alle melanzane un pizzico di pomodoro e peperoncino.
Ma mancava qualcosa di fresco e che conferisse un tocco di ulteriore allegria all’insieme: e allora Mutabbal di zucchine! Zucchine arrostite al forno, che ho poi tritato e mescolato con olio, aglio, yogurt greco e zenzero. Un tocco acido valorizzerà l’armonia dei sapori caldi ed avvolgenti dei falafel.
Se poi volete ulteriormente arricchire la vostra tavolozza, fate un impasto semplice di acqua, farina, curcuma, pepe e un pizzico di bicarbonato: una volta steso, ricavatene dei dischetti che passerete in padella. Ne verranno delle piccole focaccette gialle gialle, che completeranno il quadretto facilitandovi altresì nell’immancabile scarpetta nelle salse.
Consumate con consapevolezza. Magari meditando con leggerezza – non con superficialità – su cosa significa per voi “ribellione”. Lasciando che sia il cibo a suggerirvi idee e pensieri mai pensati prima. Gettando fuori bordo la pesante zavorra del già noto, del sentito dire o dell’innestato dall’esterno. Permettendovi un passo oltre ciò che credete giusto e buono, conveniente ed opportuno. Partendo dal vostro intimo. Dalle vostre istanze di libertà che naturalmente incontrano resistenze, paure, attaccamenti. D’altro canto, come potremmo concepire l’idea di libertà se non dialetticamente come libertà da?
Provate a percepire l’atto di ribellione come un atto d’amore che deve avere inizio proprio ora, proprio durante questo pasto e a partire dal modo in cui pensate, vi nutrite, percepite in questo istante.
Cito Bergonzoni: ri-bellarsi, tornare al bello. L’ho sempre trovata una suggestione potente: ritrovare e difendere la bellezza sopra ogni valore morale separativo. Oltre le contraddizioni e i dualismi. Per perseguire gradi di libertà sempre più ampi, intensi, profondi, integrati.
