Il Bardo Tosgrol – l’arte del bel morire e del vivere senza paura


Il Bardo Tosgrol (Bar do thos grol chen mo significa letteralmente «Suprema Liberazione con l’Ascolto nello stato intermedio») corrisponde a una sezione di un più ampio testo buddhista tibetano dal titolo Zab chos zhi khro dgongs pa rang grol (lett. «La profonda dottrina di autoliberazione della Mente [mediante l’incontro] con le Divinità pacifiche e adirate»): è un testo gter ma, ovvero un “Tesoro nascosto” della scuola rnying ma (VIII- IX secolo), scoperto nel XIV secolo da Karma gling pa (1326–1386).

Il testo descrive in chiave simbolico iniziatica le esperienze che l’anima vive dopo la morte o, meglio, nell’intervallo di tempo che, secondo la cultura buddista himalayana, sta fra la morte e la rinascita. Questo intervallo si chiama, in tibetano, bardo. Il libro include anche capitoli riguardanti i simboli di morte, rituali da intraprendere quando la morte si avvicina, o quando ormai è avvenuta.

La morte è un tema che mi affascina sin da bambina – con grande giubilo di educatori e parenti, come potrete ben immaginare – e non per una predisposizione al macabro bensì per una certa disponibilità ed attrazione per il mistero, l’invisibile, il vuoto, il silenzio. Lo studio del Bardo, le pratiche di attraversamento della Grande Soglia, e più in generale lo Yoga del Colophon, hanno rappresentato la risposta ad una domanda mai posta, ad una sensazione interiore indefinita eppure vibrante in me da sempre: la morte si è finalmente dischiusa alla mia consapevolezza come evento contemporaneo, intrinseco, non separato dalla vita, ma anzi come alleata potenziante la vita, maestra di Bellezza, Libertà, dunque Amore.

Un tema, la Morte, che troverei peraltro fondamentale portare alla luce e rendere “parlabile” non solo a livello individuale ma anche sociale, oserei dire politico (nel senso etimologico del termine), per sottrarlo a quella sistematica e strutturata rimozione che ne fa una nemica sommersa, un argomento da evitare come un tabù, il grande mostro di fine livello (come curiosamente ma efficacemente è stata definita da un mio allievo appassionato di videogiochi).
Yung sosteneva che, quando un fatto interiore non viene reso cosciente, finisce col risolversi e manifestarsi in destino, in eventi: la rimozione della morte (e con essa inevitabilmente dell’invisibile e del mistero) paralizza la vita, la avvelena di terrore, ne fa un cadavere anzitempo. Più lontana e in-parlabile è la morte, più insipida e stagnante è quella vita che si pretende eterna, di quell’eternità gelida e immobile del dio abramitico alla cui immagine ci riteniamo più o meno consciamente somiglianti, ed impossibile coglierne l’essenza di sacra impermanenza ed irripetibile unicità.
Ma, come ben sappiamo, l’impossibile è solo la base per costruire infinite possibilità.
La società in cui viviamo e alla cui esistenza e configurazione attivamente contribuiamo, è sempre più violenta nella sua imposizione di teorie e valori morali, nell’invenzione – volta per volta edificata sull’evento politico o sociale del momento (uno dei più recentemente eclatanti in questo senso, una pandemia) tra buoni e cattivi, giusti e sbagliati: l’attraversamento consapevole della Grande Soglia – così come la capacità di attraversare ogni transizione, ogni cambiamento con consapevolezza – è in questo senso uno strumento potente, in grado di svelare l’inganno della coscienza (chitta maya) che separa visibile ed invisibile, vita e morte, che fa oggettivo e materiale ciò che – invece – è pura possibilità.
Il Bardo Tösgrol invita a vivere il cambiamento senza paura, con presenza e lucidità, spronandoci a ricordare chi realmente siamo, al di là dei condizionamenti della mente ordinaria che separa e contrappone, che si impone sul reale sulla scorta di un’istanza di potere; che vuole controllare, governare, rendere misurabile e prevedibile ciò che teme e di cui inesorabilmente finisce per essere vittima. L’atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura, è un atto contro natura, diceva Pasolini intervistato da Ungaretti.
Partendo da una visione razionalistica, dominata dal senso dell’io, la morte viene interpretata e ridotta ad un evento che accade alla fine della vita: il morente si separa da tutto ciò che lo ha accompagnato sino all’esalazione del suo ultimo respiro, perdendo ciò che “possedeva”. Questa concezione mette al centro l’attaccamento alla propria identità e al mondo terreno, dimenticando che tutto ciò che svanisce è in relazione con il Tutto. La morte non presuppone una fine, ma una trasformazione. È un costante divenire e ciò che svanisce continuamente in qualcos’altro diventa immortale. La morte, in effetti, non esiste nello stato naturale (Dov’è, in effetti, quando è la fine di un albero?), proprio perché tutto in natura si trasforma, tutto è impermanente e l’impermanenza è Bellezza, cioè il modo con cui l’Amore, il sacro (il sacrum facere, il darsi, l’offrirsi) si manifestano in natura.
Le pratiche di Shinrin Yoku, l’arte giapponese di immergersi consapevolmente nella Natura, sono altrettanto illuminanti in questo senso. Uno degli ideali tradizionali dell’estetica giapponese è “mono no aware”, il pathos delle cose che svaniscono, la bellezza dell’impermanenza. Secondo questo principio tutto è immagine e le immagini sono impermanenti perché sono anima. L’anima, d’altra parte, è invisibilità. Se le cose in natura non svanissero continuamente (si badi, svanire non è sparire, in questa prospettiva, ma darsi a qualcos’altro, ad un’altra possibilità) non avrebbero il pathos, l’emozione estetica che è loro proprio: morire, in tal senso, significa offrirsi all’invisibile.

Fare esperienza consapevole del transito significa sviluppare la capacità di entrare nella grande terra di mezzo, quello che Hillman chiamava l’immaginale. La parolaimmaginazione”, oggi ampliamente travisata, affaonda le sue origini nel temine sufi “himma”, il cui significato è “il potere creatore del cuore” L’immaginale è la soglia liminale, il confine tra la vita e la morte, tra il conscio e l’inconscio, tra uomo e anima, tra visibile e invisibile. È in questa “no man’s land” che si formano tutte le immagini e i miti che governano la nostra psiche e la nostra esistenza di conseguenza. Avere accesso all’Immaginale è avere l’opportunità di conoscere e deprogrammare automatismi inconsci, è scoprirsi “sognatori del sogno”, co-creatori e non vittime degli eventi. I nostri comportamenti attuali, in effetti, non sono causati semplicemente da eventi avvenuti nell’infanzia, dalla nostra storia, dai vincoli di compensazione ereditati dai nostri avi o dal karma acquisito dalle vite passate, ma da qualcosa di ancora più remoto e universale che chiamiamo mito. Ciascuno di noi mette in scena un mito vivendo: un mito che cambia o evolve nel corso dell’esistenza. Lo Yoga del Bardo è un potente strumento di comprensione del mito che stiamo mettendo in scena vivendo (e che cambia ed evolve nel corso dell’esistenza) e di svelamento delle illusioni e delle false credenze – fondate su discriminazioni morali – che limitano il nostro potenziale realizzativo e la nostra libertà. In effetti i rituali sciamanici di morte e rinascita sono stati per me, ad ogni pratica, occasione di piccoli/grandi risvegli a nuove dimensioni di consapevolezza: non attraverso vie analitiche, causali, logiche, ma intuitive, effettive, esperienziali.
Uno dei ribaltamenti di prospettiva più sorprendente in questo senso è stato quello inerente l’atto del cibarsi: quando mangiamo qualcosa compiamo un gesto straordinario, traghettiamo una vita dal mondo visibile a quello invisibile, e noi stessi simultaneamente compiamo un viaggio. Ma non ci meravigliamo affatto di tale transito, non ne abbiamo consapevolezza. È la paura, l’istanza di controllo che vuole oggettivo e sostanziale – dunque misurabile, prevedibile, governabile – tutto ciò che sperimentiamo,a rendere il cibo un oggetto materiale e null’altro, un conglomerato di zuccheri e proteine, piuttosto che un evento straordinario, un’occasione per “fare anima”.

La prima delle cosiddette chiavi segrete dell’arte del morire (che in una visione non dualistica, non separativa, sono anche le chiavi segrete dell’arte del vivere) secondo la tradizione del Bardo Tosgrol è per l’appunto non avere paura dell’esperienza di transito: transito che non è solo il passaggio tra la vita e la morte, tra la morte e la successiva rinascita, ma un’esperienza che si presenta innumerevoli volte nel contesto – ad esempio – di una nostra giornata ordinaria. E’ un transito, un attraversamento della Soglia, quello che sperimentiamo al termine di un’espirazione, prima dell’espirazione successiva, tra un battito del cuore e l’altro; lo è l’addormentarsi, muovendo da uno stato di veglia allo stato di sonno, e lo svegliarsi altrettanto; lo è l’atto del cucinare e del cibarsi, disfacendo delle forme per farne energia disponibile; lo è il passaggio da uno stato interiore ad un altro, da un umore ad un altro; lo è l’ammalarsi e il guarire; l’innamorarsi e il disamorarsi; ed ogni scelta, per quanto piccola ed insignificante, non è forse la morte a una possibilità di noi in favore di un’altra?
Non avere paura, dunque, nel momento dell’attraversamento, perché la paura ci getta nella fossa dell’inconsapevolezza, ci fa “dimenticare”, perdere lucidità e vigilanza; essere pienamente presenti nell’istante, l’unico realmente esistente, e ricomporre gli opposti, vita e morte, visibile e invisibile in un unico atto di suprema consapevolezza. Questa è libertà e immortalità.
La prima chiave dell’arte del morire è strettamente interconnessa alla seconda, il cosiddetto riassorbimento del reale o ritiro delle proiezioni. La paura svanisce nel riconoscermi l’eterna non nata, mai creata, mai reale, mai irreale; nel constatare che tutto ciò che ho vissuto è stato solo “come se fosse vero”: è stato un sogno, per quanto vivido, un’immaginazione, una proiezione attraverso cui mi sono ri-conosciuta. Neppure attraversando i nove universi vuoti potrò trovare qualcosa in grado di nuocermi, dal momento che un riflesso giammai potrà recare danno alla luce che lo genera.
Nei vari mondi di transito occorre che il morente riconosca tutte le apparizioni, sia quelle apparentemente piacevoli sia quelle oscure e perturbate, come sue; sciogliendo ogni senso di colpa -e dunque paura, che in ultima analisi è sempre paura di una punizione – e riassumendosi piena responsabilità delle immagini proiettate in vita, al di là del bene e del male. Travalicando l’io, la mente raziocinante e la personalità (dall’etrusco persu, maschera) – che alimentano il senso di separazione – percepiamo la nostra vera natura. La morte – come ogni transito vissuto consapevolmente – comporta, infatti, la disgregazione delle strutture fittizie dell’io: chi è succube, completamente identificato con il proprio io, ha paura e chi ha paura è governabile, prevedibile e misurabile; chi invece è in grado di trascendere la paura non serra le porte dei propri sensi, non si rintana nel proprio io, non si chiude alla visione sottile, non contrae i canali percettivi, ma è capace di integrare il visibile e l’invisibile e conoscere la vera natura di tutte le cose.
Di conseguenza giungiamo alla terza chiave dell’arte del morire, che è la chiave del prendere rinascita: l’equanimità o medesimezza, l’arte di essere appunto al di là del bene e del male, di trascendere attrazione e repulsione per tutto ciò che si sperimenta. Secondo la tradizione del Bardo, al momento della rinascita, i venti del karma soffiano potentemente modellando innumerevoli immagini e occorre essere il più possibile neutrali rispetto a ciò che si vede e si sperimenta, altrimenti si verrà attratti o sospinti reattivamente in una matrice, un utero, e si rinascerà inconsapevolmente. Se invece, di fronte a ciò che vediamo, – mondi, luoghi, possibilità, genitori che si accoppiano violentemente o amorevolmente – riusciamo a mantenere l’equanimità, i venti del karma si acquietano e d è possibile operare la scelta. Scelta orientata al massimo grado di evoluzione potenziale e dunque mossa da Amore.

L’arte del ritiro delle proiezioni, d’altro canto, è anche l’arte della realizzazione della vacuità quale natura fondamentale di ogni cosa: vacuità non intensa come inesistenza ma come condizione di infinita possibilità del darsi di ogni fenomeno.
Qui, o Sariputra, la forma è vacuità e la vacuità è forma; la vacuità non differisce dalla forma, la forma non differisce dalla vacuità; qualsivoglia cosa sia forma, quella è vacuità; qualsivoglia cosa sia vacuità, quella è forma, stessa cosa riguarda le sensazioni, le percezioni, le pulsioni e la coscienza.” (Prajñāpāramitā Hṛdaya sūtra III 9-16).
Al momento della morte, a seguito del disgregarsi degli elementi Terra, Acqua, Fuoco ed Aria, che tornano alla loro fonte, il morente vede la splendente luce chiara della “esistenza primaria”, la vacuità, l’Amore, il desiderio di darsi. Anche se tutti noi faremo l’esperienza spontanea della luminosità fondamentale, ci dice il Bardo, la maggior parte di noi non avrà semplicemente i mezzi per riconoscerla, non avendo sviluppato, in vita, alcuna dimestichezza con essi. Di conseguenza tenderemo a reagire sulla scorta delle nostre vecchie paure e abitudini, secondo i riflessi, gli attaccamenti e i condizionamenti del passato. Occorrerà non cedere al richiamo delle piccole luci del mondo. Malgrado le emozioni negative debbano essersi dissolte perché la luminosità primaria possa manifestarsi, le abitudini acquisite nel corso della vita – e delle vite precedenti – persisteranno nell’esercitare un richiamo, celate dietro le quinte della mente ordinaria e ci istigheranno a ritrarci e ad aggrapparci alla nostra percezione dualistica, anziché aprirci alla luminosità e di abbandonarci ad essa, impedendoci di profittare di questa occasione cruciale di liberazione. Ciò rende indispensabile esercitare in vita la consapevolezza dei propri contenuti mentali, la soluzione delle convinzioni che orientano magneticamente pensieri e comportamenti, nonché familiarizzare con uno stato ampliato di coscienza, di estasi, di visione sovra-mentale, per riconoscere ciò che realmente siamo (il Ricordo di sé, secondo Gurjieff), oltre la precipitazione egoica in una persona, in una storia, in un magma di reattività e automatismi. Non siamo storie, siamo immagini complesse dove il tutto è nella parte e la parte nel tutto: morente e vivente (non esiste il vivo e il morto, se non nella cristallizzazione di una convinzione mentale che vede la morte come un evento che accade a fine vita) si danno continuamente e medesimamente l’uno all’altro e se ciò è consapevolmente realizzato la comunicazione tra i due aspetti di noi è fonte di informazioni di inestimabile valore, intuizioni, creatività.
Allora, dice il Bardo, la saggezza potrà dissolversi nella luce della spontanea presenza e la realtà si presenterà a noi in un unico spiegamento straordinario. Prima sorge lo stato della purezza primordiale, simile a un cielo limpido e senza nubi. Poi appaiono le deità pacifiche e irate, seguite dalle terre pure dei buddha, al di sotto delle quali appaiono i sei regni dell’esistenza samsarica. L’immensità di questa visione è del tutto al di là di ogni immaginazione. Tutte le possibilità sono presenti. L’individuo capace di morire senza attaccamenti né paure, può, nella morte, incontrare il sacro, il sacrum facere, il darsi per Amore e ciò, nella tradizione del Bardo, lo conduce al Nirvana, alla liberazione finale in cui tutta l’apparenza fenomenica, il ciclo illusorio delle vite, delle morti e delle rinascite, la cosiddetta ruota del samsara si dissolve.

Conoscere il Bardo, esercitare la consapevolezza negli stati di transito, praticare i rituali di morte e rinascita – lo Yoga del Colophon (Colophon è la nota tipografica impressa nell’ultima parte di un volume e nello Yoga Sciamanico sta a indicare il transito da una dimensione all’altra) – permette di sperimentare l’ampliarsi dello stato di coscienza, “bruciare” karma, sciogliere cristallizzazioni accumulate per reazione agli eventi più impressionanti della nostra vita (samskara), deprogrammare comportamenti automatici limitanti e rinascere in armonia e in equilibrio con la natura e la volontà universale che ci ha voluti su questo pianeta, in questo corpo, in questa vita, per uno scopo, un “telos”, una missione animica che va conosciuta e vibrata.

Per concludere, gli insegnamenti del Bardo ci rappresentano l’Immortalità come l’abilità di svanire, di finire, di “darsi”. E’ la capacità di morire a noi stessi della successiva tradizione Advaita vedanta. Questa capacità ci preserva dalla paura che, a sua volta, genera ignoranza. Il tempo lineare è un’invenzione della mente che vuole esercitare un potere sugli eventi e pretende di inserirli nel binario del prima e del dopo, della logica meccanicistica della causa e dell’effetto, così da illudersi di poter prevedere, calcolare, misurare, in una parola “governare” l’esistenza. Morte e vita sono, in verità, simultanee, sono stati della coscienza. Tutto accade adesso, proprio adesso. Saper morire, dunque, è la chiave per una vita di realizzazione e pienezza.


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