NON TUTTI SANNO CHE…

Quando vivo a contatto con la Natura, in una dimensione di vita più naturale, il mio sguardo si fa immediatamente più acuto e sensibile al piccolo, al delicato, all’essenziale. Si sgretola il mito dell’eroe, della grandezza, della straordinarietà, della visibilità, per far spazio alla semplice, delicata potenza del reale.
L’ordinario svela il suo mistero, il piccolo apre varchi sull’infinito e sull’eterno, la tenerezza si fa chiave per spalancare mondi. Se lucidi lo sguardo dalla polvere dell’abitudine, della fobia, della preferenza, dell’aspettativa, se ti rendi disponibile a ricevere, può capitarti di inciampare – talvolta letteralmente – in un’intuizione o insegnamento che avverti straordinari, semplicemente facendo due passi nel bosco senza una direzione o uno scopo. Alcuni di questi “insegnamenti” sono ineffabili, intraducibili a parole, e si vanno a depositare da qualche parte nell’anima. A mio avviso sono i più importanti. Lo senti, perché entrano a far parte di te, diventano te. In altri momenti, in altri casi, la mente riesce a decodificare un frammento del messaggio e a creare un ponte seppur goffo e traballante tra invisibile e visibile. Tra ineffabile ed esprimibile. A questa seconda categoria appartengono la sequenza di scritti “non tutti sanno che”, versione sarangi. Non so se qualcuno di voi ha presente Vulvia di Gurrado Guzzanti. Beh ecco, me li vedo un po’ così, come degli spezzoni di Rieducational channel versione yogico-meditativo-esoterica. Ecco dunque non prendeteli troppo letteralmente, non ho pretese di divulgazione scientifica.
La cicala. O dell’importanza di andare sotto terra, e starci un bel po’.
Non tutti sanno che le cicale hanno un ciclo di vita estremamente affascinante.
Le larve vivono sotto terra per un periodo piuttosto lungo – se proporzionato alla durata complessiva della loro esistenza sulla Terra – che può durare anche qualche anno (in una specie di cicale “periodiche” arriva a 17 anni, ho letto). In questa fase ipogea si nutrono della linfa presente nelle radici delle piante, super nutriente. Giunti alla maturità, i giovani individui, già molto simili agli adulti ma privi di ali, escono dal suolo scavando delle gallerie.
Come fanno a sapere che il momento è quello giusto? Voglio dire, che non sbucheranno fuori in pieno inverno? Saggiano la temperatura del terreno, pare. E qui già io mi figuro come andrebbe per un essere umano medio che si trovasse nell’identica situazione: “ecco, l’istinto mi dice che sono pronto a uscire. Ma sarò pronto davvero? Forse mi converrebbe stare qui sotto ancora un pochino, fermo e zitto, poi qualcosa sarà. No, ma che fermo e zitto! Devo studiare ancora un po’, rendere il mio corpo più adeguato, essere un po’ meglio di così. Oddio, forse sono qua sotto da troppo tempo e tutti gli altri sono già fuori. Che figuraccia! Ok, il terreno sembra alla temperatura giusta, sta iniziando l’estate, posso uscire. Ma se mi sbagliassi? Cioè, a pensarci bene che termini di paragone ho per decidere che questa è la temperatura giusta? Non è che abbia molta esperienza a riguardo. Sarà meglio guardare cosa fanno gli altri, consultare google, o chiedere a un Maestro! Ah no, sono sotto terra, al buio, da solo. Oh povero me, tutta questa responsabilità da portare sulle mie fragili spallucce!”.

Ma pare non essere questione tanto indaginosa per le cicale. Seguendo l’istinto, una sorta di vocazione naturale, sentendosi forse parte integrante di un’ “anima gruppo” che muove armonicamente ed in sintonia con la Natura, si scavano la loro via verso la luce. A questo punto cercano un albero o “qualcosa di verticale” – direi dai ritrovamenti – dove arrampicarsi ed effettuare la muta: lasciano definitivamente il cosiddetto involucro ninfale e, dopo qualche ora di metamorfosi, sono pronte per il primo volo.
Pur avendo un ciclo vitale complessivamente lungo, la parte di esistenza in superficie si protrae per pochi mesi, in genere quelli estivi, e termina col finire della stagione riproduttiva. Breve, per i nostri discutibili parametri, ma di certo un’esistenza che si fa sentire! Sono i maschi ad emettere quel forte frinire che ci è ben noto: il canto è un richiamo di corteggiamento, ipotizzano gli entomologi (perché poi, dico io, vai ad esserne certo!). In alcune specie l’intensità sonora può raggiungere tranquillamente i 100 decibel e una frequenza di 4,3 kHz. Ecco, ma le femmine non sono mica sorde! Io me le immagino lì appollaiate a commentare “Ho capitoo stai calmo!” al maschio di turno che grida come un ossesso per attirare l’attenzione. Le femmine peraltro manifestano la loro presenza emettendo invece un suono che è più difficile da sentire, ma ricorda tanto uno schiocco di dita! Semplice, elegante ed essenziale.
Le ipotesi scientifiche a spiegazione di cotanto fragore (perché noi altri umani dobbiamo avere una spiegazione strumentale utilitaristica per tutto quanto, se no ci inquietiamo) sono variegate: è possibile che le femmine siano attratte dai maschi più roboanti e muscolosi (le membrane attraverso cui producono il frinire sono fatte vibrare da muscoli portentosi, tra i più potenti del regno animale), oppure che lo scopo sia quello di coprire un territorio molto ampio, o ancora quello di spaventare o stordire gli eventuali predatori. In effetti ne hanno moltissimi e, fatta eccezione per le ali ed una discreta capacità mimetica, l’unico strumento di difesa di cui sono dotate, per perpetuare la loro esistenza è… il fatto di essere in tante!
Sia quel che sia, io trovo che il frinire delle cicale sia una manifestazione tra le più lampanti e gioiose di quella spinta della Vita a promuovere semplicemente se stessa, senza indugi: la potenza della manifestazione, dell’esserci. Non a caso, laddove il cambiamento climatico da noi causato ha alterato le temperature, il primo sintomo di disagio per le cicale è non riuscire più a “cantare”: la reazione biologica allo stress termico impedisce loro di regolare la temperatura corporea e di conseguenza – in Provenza ad esempio – nei pomeriggi d’estate è il silenzio a farsi assordante.
Tornando a noi e all’affascinante ciclo vitale delle cicale: dopo l’accoppiamento i maschi vivono per pochi giorni, le femmine depositano centinaia di uova nei rami più piccoli e bassi e vivono ancora per due settimane al massimo. Una volta schiuse, le larve sprofondano nel terreno e ha inizio la fase ipogea, ctonia.
E il ciclo ricomincia, come un pulsare ritmico, l’inspirare ed espirare di una grande anima collettiva.
Una cicala mi ha fatto l’onore di lasciare la sua veste davanti camera, qui a Lakazeza. La potete vedere nelle fotografie. La veste – l’esoscheletro – è perfettamente intatta e se non mi fosse stato fatto notare dal giovane e sensibile occhio di A, l’avrei scambiata per una cicala viva e vegeta.
Ecco, l’essenziale potenza poetica ( da ποιέω = produrre, fare, creare ed, in senso più ampio, comporre) della Natura.
Maturare e crescere nelle profondità, in assenza di luce. Trarre da quell’umida oscurità nutrimento e forza per crescere. Emergere, farsi spazio. Lasciare il vecchio “abito”, pure costruito pazientemente, per poter dischiudere le ali ed onorare così la propria vocazione naturale. Volare e cantare la propria estate, a dirompente celebrazione della vita. Esserci. Far risuonare la propria nota. E poi lasciare anche questa forma, al sopraggiungere dell’autunno. Che questo dono prezioso e delicato sia di buonissimo auspicio e d’ispirazione profonda.
