Nel Vuoto che Ricorda
Ramadan a Mirleft – tra oceano, cuore e ritorno alla Fiṭrah
“O voi che credete, vi è stato prescritto il digiuno come fu prescritto a quelli prima di voi, affinché possiate diventare consapevoli (taqwā).”
(Corano 2:183)

A Mirleft, in Ramadan, il tempo non scorre.
Respira.
Non è una metafora. È una percezione reale, quasi fisica.
C’è un ritmo diverso, una qualità del tempo che non accumula ma restituisce.
Un piccolo villaggio amazigh del sud del Marocco, sospeso tra l’oceano e il deserto, dove la terra rossa incontra il vento ed ogni cosa sembra esistere senza sforzo. Qui la vita mi ha offerto approdo, ormai un anno e mezzo fa.
In questo luogo che chiamo casa la spiritualità non è separata dalla vita. Non è qualcosa che si pratica in momenti specifici. È qualcosa che emerge quando smetti di coprire.
È nel pane che si impasta.
Nel tè che si versa lentamente, facendolo precipitare dall’alto.
Nel silenzio condiviso senza bisogno di riempirlo.
Sono arrivata qui con un’idea di spiritualità intellettualizzata, quasi astratta. In larga parte condizionata da un ruolo che andavo difendendo e che, ancora, costruiva ed alimentava identità.
Poi è iniziato il Ramadan. E qualcosa si è spostato, dentro.
Non mi sono illuminata e non ho nulla da insegnare. È una gioiosa istanza di condivisione ad orientare e nutrire questo racconto senza pretese: il mio Ramadan.
Ramadan

Il termine Ramadan deriva dalla radice araba ramad/ramida, che evoca il “calore secco” o il bruciare. Questo “calore”, assimilabile al tapas sanscrito, non è simbolicamente inteso come un agente distruttivo ma purificatore: un fuoco interiore che consuma le impurità dell’anima, alleggerendola, dischiudendola, sciogliendo i veli che offuscano il cuore e separano dall’esperienza del divino.
Un mese di intensa luminosità spirituale, in cui digiuno, preghiera e dhikr (il ricordo di Allah) fungono da combustibile per accendere la luce interna. È tempo di ritiro quotidiano, disciplina e rinascita.
Si ritirano i sensi verso l’interno (Pratyahara, secondo lo yoga) per permettere alla fiṭrah, la nostra reale natura, di emergere ed orientare la vita. Una disciplina che non è intesa come restrizione – fautrice di irrigidimento e chiusura – ma come occasione di taqwā, consapevolezza. Una via di Ritorno.
Il tempo del Ramadan: una giornata che rieduca il corpo

La giornata inizia prima dell’alba. Nel momento più silenzioso della notte, quando tutto è ancora sospeso, ci si sveglia per il suhoor.
Non è solo un pasto: è una preparazione.
Pane caldo.
Olio d’oliva.
Datteri.
Latte.
Avena.
A volte uova, a volte tè. Nel mio caso caffè lunghissimi.
E Balboula, zuppa di grano d’orzo con latte, olio d’oliva extravergine ed un pizzico di timo.
Si mangia lentamente, con una consapevolezza diversa. Non per riempirsi, ma per sostenere.
Poi la preghiera del Fajr. L’intenzione formulata e poi lasciata cadere. E lì, qualcosa cambia. Da quel momento, il giorno non è più organizzato dal bisogno o dall’abitudine, ma dalla presenza e dal ricordo.
Il digiuno inizia.
Il digiuno: togliere per ricordare
Il digiuno in Ramadan non è privazione. È memoria. È il corpo che ricorda ciò che la mente ha dimenticato.
Non si mangia, non si assumono liquidi, non si consumano atti sessuali. Non si fuma. Ma ci si astiene anche dall’espressione delle emozioni negative (che non significa inibirle, come Gurdjieff insegna), dal pettegolezzo, dalla lamentela, dalla menzogna. Naturalmente anche lo scrolling compulsivo, i vagheggiamenti fantasiosi ed inconcludenti, le ore passate a consumare serie tv o contenuti video per compensazione, sono per quanto possibile abbandonati.
Si pratica inoltre la Zakat, l’obbligo di dare una quota della propria ricchezza ai bisognosi, con intenzione consapevole (muʿāda) ed evitando quanto più possibile riscontri di natura personalistica (l’anonimato è fortemente consigliato). La zakat è strumento di purificazione del cuore e di dissoluzione dell’attaccamento al sé possessivo, orgoglioso, spaventato. Un’ulteriore occasione di Taqwa, nella considerazione lucida delle emozioni che emergono nel compimento del gesto.
“Allah desidera facilità e non disagio”
(Sura al-Baqarah 2:185)
La tutela della vita e della salute (fisica e mentale) ha in ogni caso la priorità sull’osservanza rigida dei precetti rituali, che possono essere derogati in condizioni di necessità. Le donne sono esentate dal digiuno durante il periodo mestruale. Le pratiche sono sospese in caso di viaggio o malattia. Il Ramadan è concepito nell’Islam per essere un periodo di spiritualità accessibile, non di eccessiva difficoltà.
La facilità (yusr) è la regola, mentre il disagio (‘usr) è l’eccezione: la fede vuole essere occasione di apertura, espansione, non di shock e irrigidimento.
Durante il giorno, mentre le ore scorrono più lente, emerge ciò che è normalmente velato, inibito, compensato o sublimato: fragilità, inquietudini, attaccamenti, domande irrisolte. Non perché il Ramadan le crei. Ma perché smettiamo di coprirle con altro.
E qui emerge qualcosa di essenziale: l’essere umano non teme tanto la fatica. Teme il vuoto.
Il vuoto: quando smetti di riempire
Lo facciamo continuamente, quasi senza accorgercene: riempire. Appena si apre uno spazio lo riempiamo con pensieri, con parole, con notifiche, con preoccupazioni, con progetti, con zuccheri… E così via.
Ma Šahru Rāmaḍān interrompe questo automatismo, almeno in parte.
اللَّهُ الصَّمَدُ
Allāhuṣ-Ṣamad
Colui che è pieno in Sé, a cui tutto si rivolge.
Nel linguaggio spirituale, il vuoto non è assenza. È disponibilità.
Quando smetti di riempire compulsivamente l’energia si calma, la percezione si apre, la coscienza si chiarisce.
Il vuoto diventa spazio di riallineamento.
Il ritorno: tawbah come reset

Ad un certo punto emerge una domanda inevitabile: come si torna a ciò che siamo davvero, come possiamo portare alla luce ciò che è stato coperto da strati e strati di abitudini reattive?
Non con uno sforzo emotivo. Non con una promessa. Ma con un reset, ci suggerisce l’esperienza di Ramadan.
“Yā ayyuhā al-laḏīna āmanū tūbū ilā Allāhi tawbatan naṣūḥā”
(Corano 66:8)
La tawbah non è semplicemente pentimento.
È ritorno.
È rientro.
È svelamento della fitrah.
Il concetto di fiṭrah (فطرة) nell’Islam è spesso tradotto come “disposizione naturale”, “natura originaria” o “istinto spirituale”. È il “cuore naturale” — non corrotto da ideologia, paura o abitudine — dove la Luce di Dio continua a vibrare. Dove storia, traumi, condizionamenti non giungono a vincolare e distorcere. È percepita come un richiamo interiore, una nostalgia della propria origine presso Allah, una “memoria di luce” impressa nell’anima.
Reset, dunque. Che non significa distruggere. Significa interrompere il flusso automatico.
Non cancelli la tua storia.
Non neghi ciò che sei stato.
Smetti di farlo girare da solo, in automatico.
Il vero ostacolo
Il peccato non è uguale alla colpa.
Nella tradizione spirituale islamica il peccato è un velo che ci separa dall’esperienza del divino e dalla nostra essenza vibrante. La colpa chiude e genera oscuramento, l’autocondanna relega in un’inerzia che separa ed inibisce il movimento trasformativo.
L’obiettivo spirituale è trasmutare la colpa in consapevolezza rigenerativa: riconoscere, riparare, purificare, riallineare il cuore alla luce della nostra essenza primaria.
Il problema non è il peccato, l’errore, ma l’identificazione con l’idea di peccato ed errore.
Quando diciamo:
“io sono fatto così”
“questa è la mia natura”
il sistema si blocca. Ramadan vuole rompere questa identificazione.
Non ti dice: sei sbagliato.
Ti mostra: non sei questo.
Il reset non avviene quando ti senti forte. Avviene quando smetti di difendere, smetti di spiegarti,
smetti di giustificarti. E riconosci, in silenzio: questa configurazione non mi appartiene più.
Niente dramma. Niente colpa. Solo chiarezza.
Spiritualità del cuore.

Nel silenzio delle mie giornate di Ramadan a Mirleft, durante le lunghe passeggiate in un’inaspettata fioritura che rende l’entroterra normalmente brullo ed ispido una morbida trapunta multicolore, qualcosa mi diventa esperienzialmente evidente: la spiritualità non è separata dalla vita. Non c’è separazione tra sacro e profano. Tutto può diventare occasione di presenza.
La natura, in questo senso, smette di essere sfondo. E diventa rivelazione.
“Non c’è nulla che non celebri la Sua lode.”
Il vento non è solo vento. È manifestazione. Il mare non è solo mare. È profondità. Il silenzio del deserto non è vuoto. È presenza pura.
La natura è un libro aperto dei Nomi. Mi riferisco ai 99 “Bellissimi nomi di Allah”, al cui studio mi sono dedicata durante questo Ramadan e di cui scriverò in seguito. Non sono concetti teologici. Non sono semplici attributi divini.
Sono qualità vive.
Frequenze dell’essere.
Chiavi interiori.
Porte di accesso alla comprensione della natura divina.
- l’oceano → Al-ʿAẓīm (l’Immenso)
- il vento → Al-Laṭīf (il Sottile)
- la terra → Al-Ḥayy (il Vivente)
E improvvisamente, non sei più separato. Sei immerso in una relazione continua.
Iftar: il ritorno attraverso il cibo

Poi arriva il tramonto. E con esso, uno dei momenti più intensi della giornata: l’iftar.
Si rompe il digiuno con datteri e acqua, come indicato dal Profeta.
Un gesto semplice, perfetto. Essenziale.
Poi la tavola si apre.
Harira
Zuppa calda di pomodoro, lenticchie, ceci, coriandolo, spezie.
Densa, nutriente, profondamente idratante e ristoratrice.
Slilo (sellou)
Farina tostata, mandorle, semi di sesamo, miele, cannella, cardamomo, anice, olio o burro. Energia concentrata. Radicamento. Le varianti sono numerose come le famiglie di Mirleft.
Ne ho assaggiate diverse versioni ma una menzione particolare va a quello di Naima, non troppo pesante, non troppo dolce, un equilibrio perfetto.
Naima, meravigliosa autrice delle “chiacchiere arabe” più buone del mondo. Le chiamo io così, per la somiglianza con le chiacchiere o bugie italiane, ma si chiamano Chebakia o Mekherqa e vengono aromatizzate con acqua di fiori d’arancio, cannella, talvolta zafferano, poi immerse nel miele o melassa e guarnite con semi di sesamo tostato.
Msemen ripieni e altre panificazioni
Sfoglie piegate, cotte sulla piastra, a volte farcite con cipolle e spezie, talvolta con carne trita. Ho avuto il piacere di assaggiarne una versione con i frutti di mare che ciaocuore. A tal proposito anche le pizzette con tonno olive e peperoni sono un classico di Iftar, così come i piccoli panini ripieni di pollo e verdure. E poi torte, biscotti.
Calore domestico, manualità, presenza.
Non solo gusto, ma abbondanza offerta. Qui il cibo non è consumo. È relazione.

Ed in effetti non mancano gli inviti a condividere Iftar in famiglia o i piatti recapitati a domicilio, da me ricambiati a suon di tiramisu’, torte e focacce.
Ma fatta eccezione per le occasioni speciali, in cui ci si accomoda in un pasto un po’ più abbondante che soddisfa fino al mattino successivo, Iftar è più che altro una scossa di energia e gioia: ci si idrata e si mangia poco, ma di grande apporto energetico; io bevo the alla menta in abbondanza o caffè lunghissimi con latte; non disdegno affatto gli zuccheri che normalmente evito più per gusto che per disciplina. Degusto la mia ciotola di harira sentendo vibrare il colore di ogni singola spezia.
Non ci si appesantisce, di norma, perché a seguire c’è la pratica spirituale Taraweeh (o Tarawih), una preghiera notturna congregazionale straordinaria. Un momento di meditazione, connessione e dikr (ricordo di Allah) attraverso l’ascolto prolungato e la recitazione cantata del Corano, associata ai movimenti rituali ripetuti caratteristici della Salat, la preghiera islamica, che includono stare in piedi (qiyam), l’inchino (ruku’), la prostrazione con la fronte a terra (sujud), sedersi (julus). Facile il parallelismo con alcuni movimenti caratteristici della pratica di Hatha yoga.
Il Corano non si traduce, si sente per risonanza, è esperienza sonora e presenza vivente: inizio a comprendere il significato fino a quel momento piuttosto nebuloso di questa affermazione, ribaditami più volte da uno dei miei storici mentori. La recitazione produce vibrazioni foniche che mettono in vibrazione l’essere tutto: questa risonanza include livelli linguistici, ritmici ed energetici che evocano, al di là della mente, significati esoterici, archetipici, stati interiori, qualità dell’energia.
Terminato Tarawee, è il momento di fare due passi e due chiacchiere con la mia amica Wafae, con cui condivido abitualmente il momento di pratica serale; si torna lentamente a casa, salutando con grande spirito “di squadra” chi si incontra per via. Preparo un tajine leggero, con verdura e proteina. Mi accompagno al sonno con letture e approfondimenti, tisane e bicchieroni di latte e curcuma.
Comunità: il cuore condiviso
E poi c’è l’ingrediente magico, che trasforma, sostiene, nutre e addolcisce: la comunità.

Wafae, vicina e dolce nella sua presenza gentile. Aziz, che è lontano per circostanze di studio ma che sento quotidianamente al telefono, si premura ogni giorno di sapere come procede.
I negozianti, i vicini, la sarta, le ragazze della palestra, che fanno il tifo per me. Il tabaccaio che ride, con me, ogni volta che mi vede.
Le conversazioni.
Le risate, quando ci si accorge di sbadigliare in simultanea o di avere la medesima “faccia da Ramadan”, stropicciata e assonnata, o sognante e assorta, talvolta inaspettatamente distesa e luminosa a seconda dei giorni.
I bambini che corrono e giocano a pallone prima di Iftar.
Selma, che mi regala il disegno del tramonto sull’oceano e mi dice con orgoglio che per i suoi 10 anni ha voluto provare un’intera settimana di Ramadan.
Il cibo offerto, i sorrisi di complicità, la sensazione dell’intenzione condivisa da tutti, proprio tutti, ciascuno secondo le proprie possibilità e attitudine.
Mi sono sentita sostenuta. Non teoricamente. Realmente. Ramadan qui è un lavoro collettivo. Un campo condiviso. Il mio corpo che ricorda, fin nelle cellule, cosa significa appartenere.
Il segno del cambiamento
Il cambiamento non è euforia. È molto più sottile e discreto. Non si vede così tanto da fuori, almeno non in principio.
Nulla di eclatante, molto di sostanziale.
Quando stai per reagire come prima…qualcosa si ferma. Non per sforzo. Per incompatibilità. Il vecchio schema non gira più.
Il vuoto si trasforma: da sensazione di noia, apatia, talvolta angoscia, a calma senza contenuto. Non hai bisogno di riempire ogni spazio. Non senti urgenza. Riesci a stare, anche solo un attimo di più. E nello stare… qualcosa si riallinea. Click. Piccolo, impercettibile.
Ramadan diventa questo. Un ritorno. Alla Fiṭrah. Al cuore – che non è più un’espressione vacua. Al divino.
Non diventare altro. Ma smettere di trattenere ciò che non sei. È un passo, il primo di un nuovo inizio (in-ire, andare dentro), a cui guardo con curiosità, meraviglia. Non ho mappe, ma forse sto scoprendo il vero territorio.
A Mirleft. Un luogo dell’essere.
Dove il tempo non scorre.
Respira.
PS come promesso.
Il Nome che ti sta chiamando
C’è un momento, nel percorso interiore, in cui smetti di cercare tecniche. E inizi a cercare relazione.
Non più solo silenzio. Non più solo presenza. Ma qualcosa che risponda.
Nella tradizione islamica, questo “qualcosa” ha un linguaggio preciso: i 99 Nomi di Allah — al-Asmā’ al-Ḥusnā. Non sono concetti teologici. Non sono semplici attributi divini. Sono qualità vive. Frequenze dell’essere. Chiavi interiori. Dio non è un’idea da comprendere, è una Presenza da riconoscere. E i Suoi Nomi non servono a descriverLo. Servono a incontrarLo. Ogni Nome è come un colore, una vibrazione.
Nel linguaggio sufi, in particolare, ogni Nome ha una qualità, una vibrazione, quasi un “colore”. Non visivo, ma percettivo. Faccio qualche esempio:
- Ar-Raḥmān (L’ Assolutamente Misericordioso)
È come una luce calda che avvolge.
Ti ricorda che sei sostenuto, anche quando non lo senti. - Al-Wadūd (L’Amorevole)
Non è un amore emotivo.
È una presenza che ti precede, che ti conosce, che ti attende. - Al-Ḥakīm (Il Saggio)
È lo spazio in cui smetti di voler controllare tutto.
E inizi a fidarti. - Aṣ-Ṣamad (Colui che è pieno in Sé)
È il vuoto che non è vuoto.
È pienezza senza bisogno.
Ogni Nome è un paesaggio interiore. E ognuno di noi, in momenti diversi, ha bisogno di un Nome diverso. Non sei tu a sceglierlo, è il Nome che ti sta cercando. Quando senti mancanza, paura, instabilità…non è un problema da risolvere. È un’indicazione.
Se ti senti solo, hai bisogno di Al-Wadūd.
Se sei confuso, hai bisogno di Al-Ḥakīm.
Se sei agitato, hai bisogno di As-Salām (la Pace).
Non per “ripetere” il Nome. Ma per lasciarti trasformare dalla sua qualità. Per entrare in relazione con una possibilità viva. In questo senso, i Nomi sono come mantra. Non suoni neutri, ma invocazioni relazionali.
Non servono a migliorarti, a costruire una versione migliore di te. Servono a riportarti a ciò che sei. Alla tua natura originaria. Alla Fiṭrah. Non devi aggiungere. Devi togliere ciò che copre. E i Nomi, come una pioggia sottile, fanno proprio questo.
“Di quale qualità ho bisogno ora? Quale possibilità di me voglio manifestare?”
E resto, respiro, ricevo. Perché nella via del cuore, non sei tu che trovi. Sei trovato.
Credits and greetings
Si ringraziano di cuore Wafae, Naima, Aziz, Rachid, Momo, Fatima, Giorgia, Franci (lei sa), Eleonora, Kalimat di Luce, l’imam della moschea di quartiere per la velocità nella recitazione del tarawee che in qualche modo finiva alle nove non si sa come; tutti quelli che hanno facilitato i miei 4 kg in più con cui sono uscita da Ramadan e che intendo difendere; Asarag guest house e i miei seminaristi che mi hanno sopportata da conduttrice digiunante; la gatta che mi ha partorito nell’armadio. Aji. Alhamdolillah.
