Il giusto momento per incontrarti

«La nostra vita è psicologica,
e lo scopo della vita
è quello di far di essa psiche,
di trovare nessi tra vita e anima».
J. Hillman (Revis., pag. 14)
Esco, con l’intento di fare una passeggiata nel bosco, quest’oggi senza una meta predefinita. Quando sono qui a Lakazeza, se il tempo lo consente, quello della camminata nel bosco è un rito quotidiano, che attendo col trepidare entusiasta di una bimba che scarta un regalo. La metafora è calzante, perché ogni giorno il sentiero – spesso immaginario, nel senso che amo uscire dalle piste tracciate ed affidarmi alla sensazione, mantenendo allenato il senso dell’orientamento – mi regala l’inaspettato e l’imprevedibile sotto forma di immagini, bellezza, simboli, epifanie, ricordi che mi raggiungono trasformati.
Talvolta un tronco ritorto mi consente di accedere ad una dimensione di me da cui stavo distogliendo lo sguardo. Altre volte un gioco di luce tra le fronde mi suggerisce un’idea del tutto nuova, uno slancio progettuale impensato o sino a quel momento impensabile.
E poi ci sono gli incontri, straordinari: l’albero, il cespuglio, il profumo, l’animale selvatico, o quel particolare masso il cui spirito, la cui essenza invisibile, mi viene incontro spalancando universi, evocando emozioni sepolte, narrandomi di fiabe dimenticate e dimensioni archetipiche, ricordandomi di me e di ciò che posso essere.
Mai come in questi boschi aggrappati sul mare, tra queste pietre antiche, nell’aria carica di sale, attraverso le piane luminose interpuntate da saggi ulivi… Mai ho potuto con tanta naturale evidenza contattare la dimensione simbolica delle immagini che la natura offre costantemente al nostro sguardo.
La parola di origine greca “simbolo” si compone del prefisso σύμ– (sym-), “insieme”, con il verbo βάλλω (ballo) “getto”: significa dunque mettere insieme, unire, congiungere, armonizzare. Cosa? L’esperienza di questi bagni di foresta, come si suole chiamarli ora, mi suggerisce che ad essere messi in relazione, congiunti dal simbolo come da un ponte, sono i due termini dell’esperienza: significante e significato, visibile e non visibile, l’immagine e l’idea, l’intuizione o il ricordo a seconda dei casi. Dire che tutto è simbolo significa che ogni cosa serve a ricongiungerci con una parte di noi, che ogni cosa – dunque – è occasione di comprensione (etimologicamente prendere con, contenere) di noi stessi.
Ecco, nelle mie passeggiate qui è come se nuotassi tra i riflessi cangianti ed evanescenti di qualcosa che non è altrove, separato: l’invisibile compenetra, imbeve, si mescola con tutto ciò che i miei sensi sono in grado di abbracciare. E la sensazione che ne derivo è di profondo equilibrio, come se finalmente tutto fosse al posto giusto, nel momento giusto, senza sforzo: l’esperienza sensibile e la dimensione “sottile”, il manifesto e l’immanifesto, l’immagine e il significato, sono – nella natura che sperimento e di cui sono parte – armonicamente compresenti, in relazione continua, un darsi reciproco e costante. Ecco, se c’è un “contrario” dell’aggettivo simbolico, questo è a mio avviso diabolico (dal greco δια-βάλλω – dia-ballo): che separa, divide. Qui nei boschi non c’è nulla di diabolico, non sussiste contrapposizione: visibile e invisibile, vita e morte, giusto e sbagliato, conoscenza e ignoranza, alto e basso non sono che differenti gradazioni di fenomeni interi, complessi come un frattale.
Grovigli
«Perché ogni disordine ha un suo ordine interno e misterioso. Forse è l’andatura della mente, forse quella del ricordo, forse è l’intenzione di essere volatile o l’aspirazione alla semplicità, in ogni caso è qualcosa di sfuggente che non vuole essere imbrigliato in un piano: come un animale o come un albero della foresta, non addomesticati, inutili, nel senso che non si curano di avere uno scopo, sono in vita e gli basta. Il disordine è questo essere così come si è seguendo un filo illogico di stare al mondo».
Chandra Livia Candiani

Ed ecco un enorme groviglio scuro di rami spezzati dal vento, caduti, tenuto insieme dalle spire tenaci della spinosa salsapariglia, cattura il mio sguardo per un istante, mentre procedo a passi svelti lungo un pendio. Ho un piccolo sussulto e ritorno indietro per immergervi nuovamente lo sguardo. Mentre lo faccio – questione di secondi – mi chiedo perché? Perchè l’hai visto? Non è propriamente l’immagine più istagrammabile del mondo (nda. Parola scoperta di recente e che uso volentieri a promemoria di quanto snaturato sia il mondo che viviamo e che contribuiamo a creare). E senza dubbio non risponde a canoni estetici classici: non è “notevole”, perfetto, ordinato, simmetrico, pieno, completo, luminoso, magnificente… Ci siamo! Ho compreso il nostro incontrarci, il groviglio ed io.
Oggi sono partita per la mia camminata con la sensazione, subito archiviata per non dire rimossa, di essere “in disordine”. Dovrei sistemarmi i capelli, sono tutti annodati. E dovrei mettere un po’ d’ordine in quei file della contabilità. Avrei potuto piegare la maglia appoggiata sulla sedia. E soprattutto e prima di tutto, ci sono quei pensieri che hai lasciato lì, aperti, non definiti, non chiusi, a richiamare emozioni sottostanti altrettanto aggrovigliate: dovresti sedere in meditazione, riprenderne i fili, riordinarli, mettere le cose nei giusti cassetti, fare chiarezza e geometria.
Ecco, badate che il processo, nel momento in cui mi sono messa in cammino, non era mica così in chiaro: la consapevolezza, o il ricordo in senso gurdjieffiano, me l’ha innescata l’immagine del groviglio di rami. O forse ho potuto incontrare il groviglio per via del mio senso del disordine? Rifletto: lo sguardo – tutti e cinque i sensi, in realtà – è un’operazione mentale: tra infinite immagini disponibili durante una passeggiata ne setaccia alcune, a volte poche su cui soffermarsi,e già nell’atto stesso di sceglierle le connota, impone la propria griglia interpretativa. Da cui l’importanza del lavoro costante di pulizia dello sguardo, di alleggerimento da tutte le sovrascrizioni mentali.
Ad ogni modo, ferma là davanti, esploro con lo sguardo tutti i meandri ombrosi di quel cumulo di vegetazione solo molto apparentemente morta, seguo le volute dei rampicanti, mi faccio attraversare dalla sensazione di ruvidità, spinosità, complessità. Divento io stessa l’impreciso, l’inesatto, l’illogico, il confuso, l’incoerente. E così incontro l’emozione che precedentemente avevo inconsapevolmente giudicato, liquidandola con un laconico “riordinerò”. E’ bella, poetica nel suo movimento complesso e zigzagante e più mi ci immergo, quasi desiderando amplificarla, più il fastidio, quel subdolo senso di imperfezione da sanare che prima mi abitava si trasmuta in una sensazione di meraviglia, in una forza che finalmente è libera, armonica, dunque potente. Mi ci mi sciolgo dentro, con la sensazione del disfarsi dei miei tratti identitari. Per un istante Marta sparisce ed è pura energia, bosco, cielo, vita. Riparto, dopo aver ringraziato, a passo più leggero, giocoso, libero.
Il mito naturale
«Sangue di primavera
anemone o nube,
il tuo passo leggero
ha violato la terra».
Cesare Pavese
Mi diverto dei ripetuti inchini che le fronde basse mi chiedono. Il passo poco elegante, sgambettato dai rampicanti, le falcate irregolari per scavalcare gli arbusti di erica e qualche scivolone sul pietrisco tra gli aghi di pino e i ciuffi di timo, donano al complesso una dissonanza divertita, degna del migliore Bela Bartok. Eccolo, il ricordo trasformato: l’incubo della pianista bambina, che controvoglia si esercitava sul famigerato Mikrokosmos, è ora un tappeto sonoro incantevole per la donna che saltella nel bosco. Non sono una storia, imprigionata tra un inizio e una fine. Tutto è contemporaneo, medesimo, condensato in un istante, che l’istante dopo è già svanito. Un punto, un momento di un frattale: la parte è nel tutto e il tutto nella parte.
Scendendo e scendendo ancora, come danzando questo sincopato ritmo di ricordi e possibilità sospese, che mi ritrovo in una delle mie “pianette” preferite, a rivedere il cielo.
Il clima dicembrino è tiepido e la vegetazione risponde con una parentesi di primavera, più o meno forzata dal cambiamento climatico che mai come quest’anno rivela conseguenze evidenti, palesi anche a chi fino a ieri lo reputava la narrazione faziosa di uno sparuto gruppo di estremisti.
E il prato è impreziosito di fiori: riconosco la malva e poi m’incanto ad osservare le diverse gradazioni di viola, fucsia, blu, rosso acceso, di un gruppo di delicatissimi anemoni mossi dal vento. Di nuovo mi arresto: è necessario un momento per celebrare la bellezza, oserei dire la sacralità, dell’impermanenza.
Sono così belli, probabilmente per un giorno solo, e anche se nessuno li vede. Respiro bene dentro quest’ultima considerazione che sento scuotermi le fondamenta.
Anemone, nel mito greco, è una bellissima ninfa della corte di Flora, di cui sono pazzamente innamorati due venti: il primaverile grazioso Zefiro, e il tagliente e freddo Borea. I due si contendono il cuore dell’amata in una feroce competizione che scatena turbini e tempeste dannosi per la vegetazione. Flora, in parte preoccupata per le conseguenze di questo vivace tenzone, in parte gelosa per tanta ardente passione, trasforma Anemone in un fiore: le lusinghe seduttive di Zefiro, vento di primavera, l’avrebbero fatta sbocciare e le passionali carezze del freddo Borea l’avrebbero precocemente fatta sfiorire. La prematura caducità di Anemone risolve di fatto il contenzioso tra i due amanti, a cui può essere – in fine – eternamente unita. Ecco la metamorfosi, tanto cara al mito: la trasformazione – che non è mai per il meglio o verso il peggio, nella mitologia – porta in essere una nuova possibilità. Qui, a mio avviso, si tratta del potere di ricomporre la scissura, di risolvere la contrapposizione tra due aspetti, un conflitto, attraverso l’immersione consapevole nella natura evanescente di ogni cosa. Finendo, svanendo consapevolmente e continuamente a noi stessi, risaniamo la frattura: attaccamenti, repulsione, paura, resistenze… tutto si scioglie nell’abbraccio ampio e morbido dell’eterno finire. Anemone non è vittima di una maledizione, come certe letture moralistiche del mito vorrebbero suggerire: la sua trasformazione è un atto d’amore che manifesta bellezza, che pacifica ciò che è perturbato e integra gli opposti.
Intorno all’anemone ci sono altri miti potenti, tra cui quello che lo vede originarsi dal sangue di Adone o dalle lacrime di Venere per la sua morte, ma oggi è questa narrazione ad essere evocata dall’incontro: Anemos (dal greco vento, soffio vitale), il delicato fiore del vento che ci sussurra della bellezza, della sacralità dell’impermanenza.
Un po’ commossa, tenendo a braccetto la morte che l’anemone mi ha ricordato presente, compagna, amica, riprendo il mio zampettare, percependomi più spaziosa: i pensieri, le sensazioni del camminare, i colori delle emozioni emergono, giocano, si mescolano come sospinti da venti opposti e poi svaniscono delicatamente senza che io m’impigli in nessuno di essi. Questo svanire mi sembra un terreno solido e rassicurante su cui poggiare un piede dopo l’altro, almeno fino a quando non mi riaddormenterò, una volta ancora, in una pretesa di oggettività, solidità, univocità.
Un’ulteriore occasione di risveglio.
Mi nutro delle mie percezioni e ripeto “ecco ciò che io sono, ecco ciò che io sono”, come nella tradizione del Bardo Tosgrol, il libro tibetano dei morti, gli yogin tantrici insegnano ai morenti. Il ritiro delle proiezioni.
Colubro leopardino
«Se dio è un’idea dell’uomo e l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di dio, allora dall’idea che un uomo ha di dio procede l’immagine che egli ha di sé. Siccome il destino di ciascuno di noi dipende strettamente dall’idea che abbiamo di noi stessi, ne consegue che l’idea che abbiamo di dio è fondamentale per determinare il nostro destino».
Selene Calloni Williams
Mentre proseguo sull’onda dell’entusiamo, considero quanto il mio percorso di Shinrin Yoku – il bagno di foresta (recentemente portato a termine sotto la guida di Selene Calloni Williams e che mi ha portata a diventare Forest therapy guide), abbia impreziosito il mio modo di stare in natura, in relazione con la natura. E sorrido, perché d’altra parte so che questa possibilità è arrivata a me per vie misteriose, alla stregua di un dono lasciatomi sull’uscio da un ignoto benefattore, proprio camminando in questi boschi ed immergendomi nelle acque di questo mare greco. Chi mi conosce sa quanto io sia snob nei confronti di certe pratiche spirituali main stream. Uno dei miei innumerevoli difetti. Ma voglio proprio ricordarmelo, questa volta: i nomi sono solo dei nomi e servono a chiamare, le scatole sono scatole e servono a contenere. Lungo il percorso ho ritrovato molto di me, delle mie passioni di bimba andate perdute nella scatola del rimosso, e scoperto nuove possibilità di me (ci deve essere una scatola simile, se non è la stessa).
Le pratiche di meditazione camminata, i principi dell’Estetica giapponese, il pensiero immaginale di Hillman che già avevo frequentato, il buddismo theravada, il cammino del fare anima ed ecologia profonda, secondo un paradigma non antropocentrico. Tanta roba. Ma quel che più conta, più di ciò che la mia mente ha immagazzinato, è lo spazio che si è generato; una nuova qualità di attenzione e percezione, dimensioni per me inedite di creatività e libertà (anche da rigidità e regole autoimposte nel facilitare percorsi di consapevolezza), un entusiasmo rinnovato.
Mi lascio dondolare su questa sensazione di libertà come fosse una fune tesa sull’abisso: la possibilità di esprimermi in maniera originale ed autentica, un passo più in là di ciò che posso concepire normale, adeguato, giusto sulla base delle regole che ho imparato, anche nell’ambito di percorsi di consapevolezza… mi mette sempre un brivido. Non lo voglio definire paura, perché potrebbe essere altresì eccitazione gioiosa.

E – giuro – su questa considerazione lo vedo, a un metro e mezzo dal passo che sto per appoggiare a terra. Un serpente piuttosto lungo, disteso a occupare tutto il sentiero per traverso. Ringrazio di essere stata vigile nonostante il flusso di pensieri. Faccio un ulteriore passo di sicurezza indietro e mi immergo nella meraviglia: il corpo è maculato di rosso, tendente all’arancione. La testa elegante, con un taglio che a me risulta esotico. Mi guarda con l’occhietto nero, vispo, e non accenna a muoversi o a reagire ai miei movimenti per aggirarlo. Lo scopro successivamente, chiedendo delucidazioni alla biologa di casa (non avete idea di che lusso, poter avere una fonte di informazioni preziose su fauna e flora, umana e per giunta amatissima, a stretto raggio. Mi trattengo, perché poi adoro la cura e il rispetto con cui trasmette le sue conoscenze e non voglio intervistarla ogni tre per due ma… mi devo trattenere appunto!), che non si tratta di un esemplare velenoso ma di un constrictor, che uccide stritolando le piccole prede. Mi incute rispetto ma anche una certa simpatia, con quel suo fare curioso e sornione. Mi sento guardata ed è una sensazione molto intensa, che mi rovescia: chissà come mi percepisce, cosa sente di me, che immagine ha della mia presenza. Rimango sospesa per un istante nello spazio dinamico della relazione che intercorre tra me e il serpente, che almeno per un respiro non esistiamo se non in questo vicendevole percepirci, che ci mette al mondo.
Decido di non essere ingorda e di non disturbarlo oltre e faccio per girargli intorno, sempre mantenendo una distanza di sicurezza; ed è a quel punto che solleva leggermente il capo, con un fare altezzoso, un balenare di lingua biforcuta e poi lentamente, senza scomporsi, scivola via tra gli arbusti liberando il sentiero. L’insieme corrisponde perfettamente all’archetipo di serpente che alberga nel mio immaginario.
Jo-ha-kyu! E’ il principio del giusto ritmo e del giusto momento nell’Estetica giapponese. Tutto in natura segue questo principio. Le piante attraversano lunghi periodi di quiescenza, poi, nel giusto momento, iniziano a svilupparsi e crescono anche rapidamente. I fiori sbocciano nel giusto momento, gli animali escono dalla tana nel giusto momento (vedi pistolotto sulle cicale). Saper cogliere il giusto momento è una questione d’istinto e di consapevolezza, la mente non è coinvolta, non si tratta di trarre insegnamenti o scovare morali. “Questo è il giusto momento per me per incontrarti”, recito interiormente sentendo la verità profonda della mia affermazione. Essere lì, proprio in quell’istante, per vedere il serpente, non è casuale. E’ il frutto del ritmo che lega tra loro tutte le immagini in natura, me compresa, perché io in questo momento sono natura.
Scopro successivamente che si trattava di un Colubro leopardino, considerato sacro ai tempi della Magna Grecia e venerato all’interno dei santuari dedicati ad Asclepio, dio della medicina.
Anche qui, le versioni del mito sono molteplici. Secondo una di queste il semidio Asclepio ricevette da Atena il dono di cambiare il suo sangue con quello di Medusa la Gorgone (uno dei miei personaggi mitologici favoriti, ma ne narrerò in altro racconto). Da allora il sangue che sgorgava dalle vene del suo fianco sinistro divenne velenoso e portatore di sciagure, mentre quello del fianco destro acquisì il potere di guarire qualsiasi malattia, prolungare la vita e persino far risorgere i morti. Ciò fece angustiare non poco sia Zeus che Ade, poiché l’afflusso dei morti all’oltretomba diminuiva e le doti taumaturgiche di Asclepio mettevano a rischio la fede degli uomini nelle divinità olimpiche, sino ad allora uniche dispensatrici di vita e morte, malattia e salute. La divinità è un’idea dell’uomo, e l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di dio: quando l’uomo si riappropria di poteri rimossi e delegati ad un altrove lontano ed inaccessibile… la sua idea di dio trema! Insomma, fatto sta che Zeus decide di fulminarlo perché… quando è troppo è troppo. Apollo si incavola di brutto e uccide tre Ciclopi addetti alla produzione delle folgori di Zeus. Quanto adoro il mito greco! Alla riappropriazione di una possibilità corrisponde l’onesta rappresentazione dell’ostacolo, quell’autorità interiorizzata che giudica ferocemente e inesorabilmente i nostri “io posso”. Psicologicamente parlando potremmo dire ecco l’autoboicottaggio! Ma l’impossibile vale sempre lo sforzo. Per placare Apollo, Zeus rende Asclepio immortale facendolo diventare un “dio minore” (riportarlo in vita non era cosa, viste le circostanze), tramutandolo nella costellazione di Ofiuco.
E insomma, come divinità Asclepio va fortissimo (figuriamoci, uno che cura le malattie e risuscita i morti, altro che doti di saggezza, preveggenza, bellezza, comunicazione e altre fandonie): si pensava che bastasse dormire in un santuario a lui consacrato per guarire da ogni malattia. In ogni tempio c’era almeno un serpente, che proveniva dal santuario di Asclepio ad Epidauro: ma non uno qualsiasi, un Colubro leopardino proprio!
Fin dall’antichità, il serpente è stato considerato simbolo di trasformazione e rinascita ed è stato associato al benessere fisico e spirituale, alla conoscenza integrale, all’illuminazione. Il Bastone di Asclepio, simbolo della moderna medicina, e il Caduceo di Hermes, messaggero degli dèi, mediatore fra l’umano e il divino, presentano rispettivamente uno e due colubri che si avvolgono attorno a un bastone. Simbolo ctonio, il serpente è un archetipo trasversale a diversi ambiti storico culturali e religiosi: dall’antico Egitto alla Grecia, dall’India alle tradizioni arabo islamiche e all’Antico testamento. E’ in particolare usato per appresentare la kuṇḍalini, termine della lingua sanscrita adoperato originariamente in alcuni testi delle tradizioni tantriche dello shivaismo kashmiro per indicare quell’aspetto della Sakti presente nel corpo umano, l’energia divina che si ritiene risiedere in forma quiescente in ogni individuo. Il nome (l’arrotolata, etimologicamente) deriverebbe quindi dallo stato in cui normalmente si trova questa energia; “dormiente”, “inattiva”, “sopita”, “inconscia”: sono questi i termini che generalmente si trovano in letteratura per riferirsi alla kuṇḍalinī di cui non si è ancora preso coscienza tramite una delle pratiche attinenti ad uno yoga. Il riferimento al serpente come immagine simbolica della kuṇḍalinī rende bene l’idea di qualcosa che normalmente è in stato di riposo, arrotolato su sé stesso come spesso il serpente giace finché che non venga stimolato o non si muova in cerca di cibo. Questo animale simboleggia una forza occulta, misteriosa e pericolosa. Ma, come spesso avviene nel mito, le cose ritenute pericolose, quando sono comprese ed integrate, perdono questo attributo per svelarne un altro complementare, benefico. La kuṇḍalinī, quando riposa, è come un serpente raccolto su sé stesso, pronto a scattare per mordere e così iniettare il suo veleno; ma quando è consapevolmente risvegliata, sotto l’attenta guida di una scuola e attraverso la pratica costante, determina il risveglio dei sensi sottili e risalendo lungo la colonna vertebrale (sushumna nadi) verso la sommità del capo, conduce il discepolo alla disidentificazione dall’ego individuale e all’unione col Soggetto universale (Shiva: pura coscienza, verità, beatitudine). Il tema richiederebbe ben più di qualche riga, ne sono consapevole…

Ma qui m’importava più che altro condividere la meravigliosa complessità di un’immagine, di un incontro, che attraverso il mito si distende ad attraversare epoche e mondi, ad evocare un serbatoio di contenuti sovramentali, archetipi a cui tutti possiamo intuitivamente attingere. Lo faccio dire meglio a Elèmire Zolla (da Archetipi): “L’archetipo non è un concetto, ma una energia plastica. […] Le cose sono ombre dei loro nomi, i nomi le legano all’archetipo che le informa. […] Gli archetipi sono dunque schemi unificanti carichi di energia emotiva e simbolica: significati significativi. La meditazione è il processo per cui dalle cose si estrae il loro significato archetipale: un processo lento, brividante, assorto…”. […] “L’estrazione degli archetipi esige che si facciano emergere da una nebbia mentale queste presenze che non si catturano nel campo denotativo delle parole, ma soltanto nell’alone, nella risonanza delle parole. […] Gli archetipi sono Viventi vivificanti, più vivi degli uomini vivificati. Appartengono alla vita vivente e non, come questi ultimi, alla vita vissuta. La ragione da sola non li afferra, perchè coglie soltanto significati, non la significatività. […]
Ecco, ad uno sguardo che si immerge nella contemplazione meravigliata della natura, senza pretese di ottenimento (neppure di insegnamenti o morali utilitaristiche), che si rende pura percezione, libera da fobie, preferenze, giudizi… la natura dispensa doni a piene mani. Basta scegliere l’amore anziché il controllo (Ah! Un gioco di bimbi!). Ci si dimentica allora della propria storia, dei propri tratti identitari – che ci separano e rendono inesorabilmente “mancanti” – per partecipare finalmente al respiro universale. Ricordare chi siamo. E allora il soggetto e oggetto non esistono se non nella relazione, che li porta in essere continuamente rinnovati, distinti ma non separati.
“Sono al mondo per stupirmi!”, recita un verso di Goethe. Che sia stupore la meta, che sia stupore il cammino.
